Il Blog

“Una e Una sola Volta”

In Politica on novembre 24, 2014 at 8:41 am

    Care lettrici, cari lettori, Da oggi e per tutta la settimana questo blog si trasforma in una sorta di contenitore musicale, fatto di racconti, ricordi, brani che hanno segnato interi periodi dell’adolescenza.   Cosi’ entriamo nel clima che avra’ il suo apice alle 21 e 30 di sabato prossimo, al teatro Comunale di Recoaro Terme, dove potrete ascoltarci “Una e Una sola Volta”.     La vita e le canzoni. Il primo brano che imparai a memoria fu “Margherita” di Cocciante, giravo in bici cantando a squarciagola “Io non posso stare fermo….”, ero davvero piccolo. Poi arrivo’ l’adolescenza, e Jim. I Doors mi hanno segnato la vita. Poi diventai un Dark, e allora giu’ di Cure, Siuoxie and the Banshees, The Smiths, Bauhaus, Jesus and Mary Chain, Madness. Poi ancora cominciammo a suonare, e allora le influenze musicali virarono all’improvviso verso i gruppi indipendenti italiani, che io non conoscevo, ma che Sandro, Enrico e Jordan mi fecero scoprire. Afterhours, Casino Royale, Mau Mau, Ritmo Tribale, CCCP, Subsonica, Africa United, e ancora, Rage against the machine, RHCP, Soundgarden, Faith no more.   Cosi’ ho trascorso  i primi trentanni, invaso dalla musica che mi ha segnato la vita.   C’erano le donne e la musica, un binomio perfetto. Ballavo Paul Anca, appena quattordicenne, e al ritmo di “Diana” perdevo la testa per Monica. Pochi anni dopo, con i primissimi U2, mi innamorai di Valeria, e ogni volta che risento “Purple rain”

di Prince mi tornano in mente lunghissime serate trascorse ad attendere un bacio. Sempre in quegli anni Marina se ne’ ando’ a studiare nel Regno Unito, per me era un’eroina, una novella Giovanna d’Arco pronta a sfidare l’establishment di Buckingham Palace. Per questo (e lei se lo ricorda di certo) alla sua partenza le dedicai “Riders on the Storm”. Poi entro’ a piedi pari Silvia, donna straordinaria e fondamentale (non che le tre precedenti non lo fossero, anzi, e’ che Silvia la REincontrai quando, forse, ero gia piu’ maturo). Con lei consumai il primo cd di Ligabue e quello di Mina in coppia con Celentano.   E per il momento, questo e’ quanto. Se vi va’, raccontate le vostre qui sotto, in ambito musicale.     Vs. Zac http://www.vicenzatoday.it/eventi/valdagno-la-reunion-dei-luna-mars-29-novembre-recoaro.html        

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  1. Ciao Zac…
    io non ricordo il primo brano ascoltato… ma la musica mi ha sempre accompagnato nella mia vita. Non sono un intenditore sono un ascoltatore. Ricordo di aver consumato in dischi dei Nomadi e di Guccini a 20 anni. Ricordo mio padre che cantava io vagabondo, fantastico! E poi i primi concerti, non storici, però delle esperienze fantastiche fatte con i miei compagni delle superiori…
    hasta

  2. Di me raccontano che da piccolissima me ne andassi in giro cantando tutta “Hanno ucciso l’uomo ragno”, che dedicassi a mia sorella “Strani amori” (sarà che la vedevo così grande rispetto a me), e a mio padre “Come saprei”, perché sì, come ogni bambina ero un po’ innamorata di lui, questo me lo ricordo.
    Poi mi sono innamorata, per la prima volta. Di Nek. “Laura non c’è” era la canzone più bella di sempre e continuavo a cantarla a squarciagola.
    Le medie hanno avuto il sottofondo musicale dei Lunapop, i miei diari erano un mix di cuori e pezzi di loro canzoni. Sognavo qualcuno che mi dedicasse Vorrei, ma la realtà era che quelli a cui piacevo io non piacevano a me e, ovviamente, viceversa.
    Quando è iniziato il liceo ero ancora profondamente ignorante, non che oggi sia chissà quale esperta musicale, non lo sono affatto. Comunque entro in classe e vedo un tipo strano seduto all’ultimo banco, aveva una maglietta nera con facce di persone a me sconosciute, i capelli lunghi e una barba foltissima. Ho pensato subito che avesse vent’anni e che fosse stato bocciato cinque volte, invece no, aveva proprio la mia età. Luca mi ha insegnato qualcosa, ha aperto i miei orizzonti e mi ha fatto conoscere un po’ quelle facce che pienavano le sue magliette. Non sono mai stata tanto conquistata dal suo rock straniero, a essere sincera, però avere le sue cuffiette in cambio delle mie versioni di latino, la mattina prima di entrare a scuola, mi piaceva un sacco. Sì, ok, mi piaceva lui soprattutto.
    Poi c’è stato Nicola che mi ha fatto scoprire qualche gruppo italiano e ad esempio mi ha invitato a considerare De Andrè non solo come quel depresso di Marinella e Piero che io credevo fosse. A lui devo De Andrè e le canzoni delle nostre piccole manifestazioni di provincia ininfluente.
    Poi Riccardo e le sue canzoni vecchie, la malinconia di Tenco, soprattutto. Senza di lui non l’avrei mai conosciuto.

    Ascolto un po’ quello che capita, a essere sincera, e non ci capisco proprio niente! 🙂

    Buona giornata e buona settimana musicale!

  3. Io non vedo gli spazi, anche voi?

    Devo aver fatto casino

  4. Caro Zac,
    accolgo il tuo graditissimo invito che ha il pregio di distrarci da un quadro politico sempre più inquietante.
    Comincio dal fatto che musicalmente dovevo essere predestinato alla musica ma non lo fui. Mi chiamo David perché mio padre era pazzo di David Oistrakh, leggendario violinista. Tuttavia, essendo io nato nell’immediato dopoguerra, gli amici di mio padre insinuavano spesso che il mio nome, se fossero tornati i nazisti, avrebbe potuto essermi fatale. E io, da bambino, tendevo a considerare più la minaccia che il privilegio.
    Mio padre in realtà ascoltava soprattutto Charlie Parker, ed è stato lui il musicista della mia infanzia. L’ho poi ritrovato nelle colonne sonore di tanti film girati a cavallo tra gli Anni Cinquanta e gli Anni Sessanta. Pertanto, Charlie Parker mi ha in qualche modo iniziato all’amore per il cinema.
    Sempre in quel periodo, a cavallo tra gli Anni Cinquanta e gli Anni Sessanta, frequentando fin dall’asilo scuole straniere, ascoltavo musica che in Italia non si ascoltava di frequente (Charles Trenet, Georges Brassens, Barbara) o che sarebbe arrivata da noi uno o più anni dopo (Beatles, Rolling Stones, Animals, Kinks, ecc.). Molti dischi ancora introvabili in Italia me li portavano Lindsay Anderson, il regista di “If”, Rod Steiger, Malcolm McDowell con i quali trascorrevo spesso l’estate. Le due scoperte più emozionanti furono i Doors e i Pink Floyd. Del primo disco dei Doors ne feci il mio repertorio, quando un gruppo chiamato The Yankees mi chiese di cantare con loro per numerose e ben remunerate serate in un locale di Via Veneto che si chiamava The International House. Il loro cantante non cantava in inglese e così mi lasciò, a 15 anni, un piatto ricco di soldi e ragazze. Cantavo anche Jagger, Eric Burdon e i Beatles, ma Jim Morrison mi veniva proprio bene perché avevo esattamente il suo timbro vocale.
    Dal 1967 in poi, fu l’era dei grandi concerti, prima in mezza Europa (Londra, Monaco di Baviera, Neuchatel, Montreux, Amsterdam) dove si andava con ogni mezzo, spesso in autostop, e poi finalmente anche in Italia. Li ho visti tutti, ma veramente tutti, tranne i Doors. Ero anche all’Adriano, nel 1965, a vedere i Beatles. Il biglietto lo avevo comprato un anno prima, tramite una rivista che si chiamava Big. All’Adriano non si sentiva una mazza. Acustica pessima. Aggravata dalle grida permanenti delle ragazzine. Una che era accanto a me nella calca, dopo “Twist and Shout”, mi vomitò addosso un pranzo di sette portate. E in quel momento, il mio amore per i Beatles vacillò pericolosamente.
    Molti degli eroi di allora, dal 1970 in poi, li vidi da privilegiato come giornalista dell’Unita’, l’unico quotidiano che recensiva i concerti rock. Poi mi vennero dietro altri colleghi, come Fabrizio Zampa (figlio di Luigi, il regista) del Messaggero. Io ero abbonato a Melody Maker e a New Musical Express, quindi conoscevo con un certo anticipo le uscite discografiche e le tournée. Fabrizio era pazzo di Joe Cocker e mi chiedeva sempre, petulante, quando sarebbe tornato Joe Cocker in Italia. Ormai era diventata una specie di tormentone. Ma a me faceva comunque girare le palle. Una sera, uscendo da un concerto, mi fece di nuovo la domanda. Io gli risposi secco che non tornava e non sarebbe tornato più. Lui, deluso, mi chiese perché. E a me, non so perché, mi uscì questa risposta: “Non tornerà perché sta molto male. Ha un cancro. È in fin di vita. Ma non si deve sapere”.
    Due giorni dopo, Fabrizio spara un titolone sul Messaggero che annuncia l’imminente morte di Joe Cocker. Vi lascio immaginare il casino. Lo chiamano la casa discografica, l’agente, forse anche la madre di Joe Cocker. Ma almeno lui, corretto, non fa il mio nome. Anche perché avevo fatto in tempo a minacciarlo di qualunque rappresaglia.
    Per questo macabro scherzo su Joe Cocker vengo punito tanti anni dopo, nel 1989. Mi trovo a New York, febbraio, venti gradi sotto zero, nella stanza di un vecchio e mitico hotel di Columbus Circus che cade a pezzi, il Mayflower. Sono appena arrivato dall’Italia, rimbambito e intirizzito, e il riscaldamento nella mia stanza non funziona. Non c’è un’altra stanza libera, mi tocca dormire vestito. Faccio fatica ad addormentarmi come al solito, e dalla stanza accanto provengono i rumori di un amplesso furibondo coperti alla meglio da una canzone di Joe Cocker, “Unchain my heart”, che si ripete all’infinto. Quella notte, l’avrò sentita almeno cinquanta volte, accompagnata da rochi mugolii e da una litania di Fuck me! e I am gonna fuck you! Prendo a calci la parete di confine, grido altri Fuck (you!), ma quelli non mi sentono. Esco e vado a bussare alla porta accanto, ma quelli continuano imperterriti. La mattina verso le 6 e mezzo esco dalla mia stanza insonnolito e surgelato. Mentre esco si apre la porta della stanza accanto. Da quella porta esce prima una prostituta nera degna di un romanzo di Bukosky. E a seguire il suo stallone, con in test un basco munito di pompon. Indovinate chi era. Avete indovinato. Joe Cocker. Ci guardiamo in cagnesco. Io vorrei dirgli “ma come fai ad ascoltare le tue canzoni mentre trombi?!”. Ma non lo faccio. Sono come paralizzato dal freddo e dalla sorpresa di ritrovarmi davanti proprio lui.
    Mi fermo qui, perché in realtà starei lavorando con il montatore del suono, Frederic, che mi guarda pensando che stia scrivendo chissà cosa.
    Se ci riesco, vi racconto altre amenità pseudomusicali stanotte o domani.
    Buona serata a tutti
    David

  5. Allora; quando penso alla musica e alla mia adolescenza mi viene sempre in mente, con non poco imbarazzo, come i gusti musicali ti identificassero come appartenente ad un determinato gruppo sociale, tribù, etnia estetica.
    I discotecari: tunztunz, patiti di musica elettronica da ballo, avevano scooter truccati, magliette attillate e occhiali da sole avvolgenti. Si muovevano dinoccolati, ci sapevano fare con le ragazze e, per usare un eufemismo, la letteratura non era esattamente il loro hobby preferito. Molti adottarono l’allora nascente rap.
    I metallari: inutile descrivere il loro look: capelli lunghi, maglietta dei gruppi di riferimento, jeans stretti. Fondamentalisti del virtuosismo musicale. Se i discotecari valutavano un pezzo dai battiti per minuto, i metallari lo valutavano dalla difficoltà di esecuzione degli assoli, difficile=bello, assoli che provavano e riprovavano nella loro stanza, perché tutti, ma proprio tutti, suonavano. Molti avevano studiato da bambini al conservatorio e/o andavano bene a scuola. Odiavano la sintesi sonora digitale e i sintetizzatori, se non devi sudare per suonare una musica vuol dire che non è degna di essere suonata. Nella mia periferia non esistevano sottocategorie metal, quindi il metallaro tipo ascoltava Heavy, Speed, Death e qualsiasi altra etichetta l’importante che finisse con Metal. Si contendevano con gli acerrimi nemici, i Grunge, l’apparentamento con l’Hard Rock e il Rock classico.
    I Grunge o alternativi: post-punk, noise, indie rock. La distorsione per loro (e per me) era come una coperta calda in una notte d’ inverno. Malinconici per natura o per “atteggio”, amanti del potere provocatorio della diversità, in ogni sua forma. Camicia a quadri di flanella, pantaloni strappati, t-shirt indossata sopra una maglia a maniche lunghe, capelli unti, a volte maglioni del nonno, l’importante che tutto fosse usurato, consumato, vissuto. Patrocinavano la musica d’autore; sempre nella mia periferia del sud italia, negli anni 90, i cantautori non potevano contare su un pubblico “proprio”, quindi le cassette dei mostri sacri, quali Guccini, De Andrè e De Gregori le doppiavano loro, e solo ai cantautori perdonavano la chitarra la mancanza di overdrive.
    I commerciali: tutti quelli che ascoltavano la musica che passava in radio. Alla domanda che “musica ascolti?” rispondevano “tutta”, se poi qualcuno chiedeva se conoscessero quel tal gruppo indipendente loro superavano la discrepanza rispondendo “ma quella non è musica”. I commerciali valutavano la bravura di un’artista da quante volte avevano sentito nominare il suo nome, e se la musica di quell’artista gli faceva schifo se la facevano piacere a forza. Una partecipazione a Sanremo per loro equivaleva a una laurea ad honorem, per gli altri a una condanna per pedofilia. Odiati da tutti gli altri gruppi anche perché la loro esistenza rendeva imbarazzante e inaccettabile una segreta passione per i Queen o per il primo Vasco Rossi.

  6. Caro Zac,
    Ho appena letto l’emozionante commento di David e se non avessi in corpo un tasso alcolico da ritiro di patente per mille anni, glisserei su un mio eventuale commento, ma la forza delle bollicine mi impone di continuare.
    Sono un inguaribile amante della musica italiana e non mi sono accorto, durante la lunga vita, quanto mi avrebbe potuto dare la musica internazionale. Delle varie epoche musicali ricordo solamente coloro che hanno segnato i miei ricordi più belli dai Platters ai Beatles. Tutto il resto mi è passato accanto senza esaltarmi, tranne improvvise “cotte” per cantanti donne quali Cher, Anastacia, Whitney Houston, Amy Winehouse, Mariah Carey.
    Oggi ho pianto sentendo una canzone di Bocelli.

    Spero che pubblicherai il video della tua serata eccezionale.

    Ciao Zac & Condominio. robi

  7. Ah pero’, non so’ se vi siete resi conto, ma con quattro cinque commenti avete raccontato vite, mica chiacchere.

    Verrebbe voglia di pubblicare solo tematiche musicalsportivoartististiche..

    Prendete un qualsiasi commento di David su un qualsiasi post politico, poi leggetevi quello che compare qui, e’ diversa persino la calligrafia (uahhhhh).

    MAESTRO BARABBA (scritto tutto in maiuscolo) commento incredibile, era tutto come lo hai descritto, uguale uguale.

    Ehi Roby, splendido Roby, ma finche’ ti scolavi le bollicine, che musica scorreva in sottofondo?

    E’ Eli quella che se l’e’ vista peggio, crescere da piccolissima con “hanno ucciso l’uomo ragno” dev’essere stato traumatico. Pensa, cara Eli, che all’epoca lo trovai traumatizzante pure io, che continuavo a leggere L’Uomo Ragno e questi due imbelli se ne uscivano con la sua dipartita, odiai da subito gli 883 e successivamente il pezzali.

    Hasta a tutti
    Zac

  8. E va beh, con voi non c’è storia!

    Ciao Zac e buona serata a tutto il condominio.

    Come Ernest, più che un cultore della musica e di qualche suo genere, sono un ascoltatore. E’ per questo che non saprei quale canzone o quale cantante citare nei vari momenti della mia vita.

    Però, qualcosa potrei confessarla… e guai a chi ride! Allora, il mio primo amorino di gioventù, avevo 12 anni se non ricordo male, fu accompagnato dalla canzone di Lucio Battisti “non è Francesca”. Francesca, il caso vuole fosse lei, conosciuta all’inizio di un’estate al mare. Due anni più grande di me, non l’ho dimenticata. Capelli lunghi, mossi e di un nero corvino. Occhi scuri con taglio da cerbiatta. Tutte le masse al posto giusto e già ben sviluppate! Era già chilometri avanti a me in fatto di esperienza. La canzone mi lavava il cuore dalle “chiacchiere” degli amichetti su quell’amore platonico, non ricambiato.

    … Francesca non ha mai chiesto di piu’, chi sta sbagliando son certo sei tu. Francesca non ha mai chiesto di piu, perche’ lei vive per me….

    Infatti, alla fine dell’estate lei stava con un palestrato ventenne e io continuavo a cantare “non è Francesca”.

    Poi ho una certa passione per Vasco Rossi, detto Vasco ma anche “il Blasco”. Forse perché la sua vita, in gioventù, mi appariva sregolata, trasgressiva al punto da essere degna di emulazione. In età più matura l’ho ancora seguito, perché affascinato dalla maturità artistica raggiunta dallo stesso. Ricordo una vacanza in Corsica, quella raccontata al nostro Robi recentemente, durante la quale, nei vari spostamenti da una parte all’altra dell’isola, ci deliziavamo con “voglio una vita spericolata” oppure “gli spari sopra sono per voi” il cui testo ritengo di un’attualità impressionante.

    È sempre stato facile fare delle ingiustizie! Prendere, manipolare, fare credere!
    Ma adesso. state più attenti! Perché ogni cosa è scritta! E se si girano gli eserciti e spariscono gli eroi, se la guerra cominciamo a farla noi,
    Non sorridete, gli spari sopra, sono per voi!

    Comunque, ripeto, la musica è qualcosa che mi accompagna nelle mie giornate. Posso accendere la radio su Rds e ascoltare quello che propone mentre sfaccendo per casa come una massaia isterica oppure tirare su un cd di Sting, Zucchero oppure Mozart per rilassarmi sul divano. Un genere ben definito non ce l’ho!!!

  9. Ho la drammatica impressione che un mio commento sia finito un’altra volta nello “Spam”… minchia!!!! Fammi sapere, altrimenti mi ripeterò!!!

    Ciao Zac e buona serata a tutto il condominio.

  10. Infatti, alla fine dell’estate lei stava con un palestrato ventenne e io continuavo a cantare “non è Francesca”.

    Caro Carlo, ho riso molto, e di gusto, battuta strepitosa.

    Quindi, se devo assogettarmi al commento del Maestro Barabba, saresti un “commerciale”?

    Hasta
    Zac

  11. Dunque, caro Zac, se ti riferisci alla parte in cui Barabba li descrive come coloro che “… ascoltavano la musica che passava in radio…” certamente. Ancora oggi è così.

    Se poi, sempre come ce li descrive Barabba, qualcuno mi chiedeva se conoscevo “quel tale gruppo”, personalmente non manifestavo alcuna discrepanza! A meno che per “discrepanza”, Barabba non intenda ignoranza! Quella si, la rivendico. Gnorante come na’ zappa! Non memorizzo il nome di tal cantante o di tale gruppo, semplicemente perché non coltivo una ben definita passione nel campo musicale.

    Avevo letto, poi, che Barabba li vedeva particolarmente appassionati a qualcosa da lui chiamata Sanremo. Che roba è, a parte un Comune d’Italia?

    Comunque, e la faccio finita, a pensarci bene non credo che la mia adolescenza possa essere assimilata a qualcuno dei “gruppi sociali” egregiamente descritti da Barabba. I discotecari li ho frequentati in età avanzata e solo perché mi dicevo che nella vita avrei dovuto provarle tutte e questa mi mancava ancora. Quindi mi lanciai su piste da ballo come quelle del Gilda e del Gilda Beach (parentesi da salotto mondano) oppure, qualche anno fa, dello Zanussi e del Palacavicchi (parentesi da discoteca latino americana).

    Su quest’ultima esperienza discotecara, caro il nostro portinaio, permettimi di fare un po lo sbrasone! Il mio curriculum registra 2 anni di scuola di ballo di salsa stile cubano e 2 anni di scuola stile portoricano (molto simile al flamenco)… se m’avesse visto la Francesca di quell’estate adolescenziale, altro che il palestrato!!!! Poi, come tante cose in vita mia, ho mollato tutto perché m’ero rotto i tabazei.

    Infine, e mo finisco sul serio, non sono mai stato un metallaro e manco un grunge. Ho frequentato per un breve periodo della mia vita una metallara… poi c’erano troppe catene, catenelle e ninnoli in ferro tra me e lei, è finita! I grunge manco sapevo che esistevano!

    Buona serata a te ed a tutto il condominio!

  12. Carlo hai nominato la parola che apre le porte dell’inferno: il Gilda. Sarai dannato per l’eternità 🙂

    Non ho elencato gli artisti che ascoltavo all’epoca. Le cassette che più spesso copulavano col mio walkman erano sicuramente quelle dei Nirvana, e poi Soundgarden, Stone Temple Pilots, Offspring, i Sonic Youth (i Sonic poco, più che altro li studiavo come un libro di testo, perché ti davano un tono, se li sentivi eri di quelli che ci capivano davvero, un po’ come ora dire di aver letto tutto Foster Wallace), i CCCP/CSI, un po’ di Diaframma e poi i cantautori, quelli che ho elencato nel commento precedente e tanto Battiato, ma soprattutto una cassetta che trovai nel cruscotto di una macchina di seconda mano comprata da mio padre, mi aspettavo di schiattarmi dalle risate, pur non conoscendo il proprietario di quella MC copiata ma l’arroganza che avevamo nel considerarci i pochi custodi, gli eletti, della musica di qualità, non aveva pari; l’ascoltai la prima volta e non ci capii molto, l’ascoltai ancora e realizzai che era qualcosa di completamente diverso, frasi come “anche chi non legge Freud può vivere cent’anni”, era Rino Gaetano, e quello era “Mio fratello è figlio unico”, uno dei più belli tra gli album della musica italiana. Premetto che all’epoca dei fatti, negli anni ’90, inspiegabilmente, dopo il successo degli anni 70 e l’eco protrattosi per il decennio successivo, Rino Gaetano era caduto pressoché nel dimenticatoio, ricordo che dopo quell’epifania cominciai a nominare Rino Gaetano come uno dei miei artisti preferiti, e mi sentivo rispondere “Davvero ti piace Mino Reitano?”, poi, con dinamiche altrettanto misteriose, la popolarità Di Rino Gaetano tornò moltiplicata esponenzialmente nel nuovo decennio, scatenando addirittura battaglie per contenderselo culturalmente : Casa Pound cercò di farlo passare come icona pop coerente con i propri “ideali”, http://www.mirorenzaglia.org/wp-content/uploads/2009/07/rinoweb.jpg
    Quelli (noi) di sinistra pronti a cantare “Il cielo è sempre più blu” ad ogni manifestazione, I grilliminchia che vedono in “Nuntereggaepiù” il proprio manifesto e sarebbero pronti a scommettersi entrambi i reni che oggi Gaetano sarebbe uno di loro.

  13. Caro Barabba (permettimi il “caro”),

    le porte dell’inferno si spalancherranno al mio arrivo, per aver fatto anche di peggio del frequentare il Gilda!!!! E poi, non si dice che la sincerità monda l’anima dai peccati? Ecco, io il peccato l’ho fatto e poi l’ho confessato. L’ho fatto addirittura in questo covo (a detta di qualcuno) di comunisti!!!

    Buona serata a te ed a tutto il condominio, portinaio compreso che immagino sarà presissimo dall’imminente evento!

  14. Cari amici,
    questo è un condominio di una creatività mirabolante. Pare che Zac abbia portato a termine ieri sera una performance indimenticabile con i Luna Mars. E nel contempo, zitto zitto, Robi ha portato a termine una Divina Commedia della canzone italiana altrettanto indimenticabile. Carlo ed io, molto più modestamente e maldestramente, abbiamo portato un po’ di inutile lotta di classe in casa di Spera.
    Ma siamo vivi, e questo è l’importante.
    Buona domenica
    David

  15. David diffondere la “lotta di classe”, anche se modestamente e maldestramente come affermi, non è mai inutile. Semmai, inutile è illudersi che la “lotta di classe” sia finita perché “c’è il nuovo che avanza”!

    Ciao Condominiooooo!

    Spero che Zac possa proporci, prossimamente, un breve video di questa serata o, almeno, darci le coordinate di un video reperibile in rete! Ora vado da Robi e poi a letto… domani si ricomincia con il solito tran tran!!!

    Notte buona a tutti, condominio di sfigati comunistiiiiii!!!!!

  16. Caro Carlo, nel prossimo futuro ci sara’ il dvd ufficiale, allora potro’ pubblicare.

    Comunque, alla faccia della modestia, devo dire che David ha ragione, e’ stata una cosa inimmaginabile, a detta di chiunque, ho visto gente con le lacrime agli occhi, io non mi aspettavo manco un decimo delle critiche assai positive che sono arrivate, una cosa veramente toccante.

    Hasta
    Zac

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