Il Blog

Archive for gennaio 2016|Monthly archive page

La morte di un uomo, l’esempio della sua vita.

In Politica on gennaio 21, 2016 at 8:43 am


Cari condomini,
non è facile parlare ancora una volta di un amico che se ne è andato, uno dopo l’altro, a così breve distanza. Forse mi sto costruendo, giorno dopo giorno, una lugubre fama. Ma debbo farlo, e soprattutto voglio farlo.
Dalla fine dell’estate, dopo aver letto il libro, Ettore mi chiedeva di vedere il film “La Macchinazione”. “Non c’e’ film che voglio vedere più di questo. E non sai quanto desidero che mi piaccia”.


Lunedì avevamo organizzato l’ultima proiezione di controllo in laboratorio e lo avevamo invitato. Mi ero offerto di andare a prendere lui e sua moglie Gigliola con la 500. Eravamo rimasti d’accordo che dovevo chiamarlo alle 17. Ma alle 17 era già in coma.


Forse l’ho già detto o l’ho già scritto: considero Ettore Scola ed Elio Petri gli autori degli ultimi due film di Pier Paolo Pasolini. Sto parlando di due film del 1976, usciti a meno di un anno di distanza dalla morte di Pasolini.


“Todo Modo” di Elio Petri non sarebbe mai esistito se Pasolini non avesse scritto gli articoli che ha scritto sul Corriere della Sera chiedendo di processare la Democrazia Cristiana e di far luce su tutta la storia del dopoguerra nel nostro paese. Per rendere ancora più evidente il richiamo a Pasolini, Elio chiese proprio a Franco Citti di interpretare il personaggio dell’assistente di Aldo Moro che alla fine ucciderà lo statista con due anni di anticipo rispetto alla realtà.


Il film di Ettore Scola è “Brutti, sporchi e cattivi”, in cui il regista irpino decise di raccontare il mondo di Pasolini ormai imbruttito, sporcato e incattivito a 15 anni di distanza da “Accattone”. Nell’estate del 1975, Ettore prese il coraggio a due mani e chiese a Pasolini di leggere la sceneggiatura di “Brutti, sporchi e cattivi”. Temeva molto la sua reazione. Temeva che Pasolini lo considerasse razzista nei confronti di un mondo e di un’umanità che gli stavano molto a cuore. Inaspettatamente, Pasolini amò molto la sceneggiatura di “Brutti, sporchi e cattivi”, la amò incondizionatamente, e per dimostrarlo si offri’ di girare un piccolo cortometraggio che sarebbe stato presentato in sala prima del film “Brutti, sporchi e cattivi”.
Ettore fu molto colpito da quella proposta di Pasolini e la accettò con entusiasmo. Poi, purtroppo, per i noti motivi, non se ne fece nulla.


Ettore Scola non faceva film da 15 anni. Il suo ultimo film “vero” è “Concorrenza sleale” del 2001. Lo realizzò per una società, la Medusa, che era diventata di proprietà di Silvio  Berlusconi, società alla quale Ettore era legato da altri contratti per fare altri film. Pochi mesi dopo l’uscita di “Concorrenza sleale”, Ferdinando Adornato, un deputato di Forza Italia che era cresciuto fra i giovani comunisti ed era stato anche un giornalista dell’Unita’, espresse pubblicamente alla Camera la sua indignazione verso “questi intellettuali comunisti che sputano nel piatto dove mangiano”, come appunto il regista Ettore Scola che realizzava film con i soldi di Berlusconi ma non perdeva occasione per criticarlo e per tentare di gettare discredito sulla sua attività politica.


Al governo a quei tempi il primo ministro era Massimo D’Alema. Nonostante ciò, l’indomani della dichiarazione di Adornato, Ettore Scola alzò il telefono e chiamò la Medusa. Chiese gentilmente di annullare tutti i contratti ancora in essere. Alla Medusa insistettero molto per fargli cambiare idea. Ma Ettore fu irremovibile. E così, uno dei più grandi cineasti che il nostro paese ha avuto la fortuna di possedere, quindici anni fa si ritirò e spense il suo talento che tanto aveva dato a un paese che ormai stentava a riconoscere.


In Italia il genocidio della Storia e della Cultura sembrerebbe un fatto compiuto. Ma non è così. Come scriveva Pasolini, molti italiani, moltissimi giovani, vogliono conoscere, vogliono sapere.


Il nostro primo ministro Matteo Renzi, nel suo braccio di ferro con l’Unione Europea, ha dichiarato giorni fa: “L’Italia non si farà più telecomandare da fuori”.
Questa affermazione è importante perché è la prima volta che uno statista italiano ammette implicitamente che l’Italia è sempre stata “telecomandata da fuori”. Ed è ancora più importante dire, come ha fatto Renzi, che ciò non dovrà mai più accadere.
Vogliamo prenderlo in parola. Noi andiamo avanti su questa strada.
La prima proiezione pubblica della “Macchinazione” si terrà il primo marzo presso la Camera dei Deputati, di fronte a centinaia di parlamentari, in vista della costituzione di una commissione mono camerale per indagare nuovamente sul Caso Pasolini.


Grazie ancora per il vostro sostegno


David Grieco
Roma, 20/1/2016


Oggi aggiungo qualcosa anch’io, cosa che non ho fatto per Franco. Il motivo e’ semplice, ho visto poco di Citti, ho divorato Scola.

Potrei scriverne per giorni.

Scelgo due temi, il primo legato a un’esperienza unica e irripetibile, il secondo legato a un suo film.

PRIMO:

Estate 2006. Roma. Tardo mattino. Prima volta ospite del tale che ha scritto qui sopra. Intere scaffalature colme di dvd. Alterttante zeppe di libri. Nell’ordine di migliaia. Una foto autografata di Yuri Gagarin in entrata.

Zac: “Dove andiamo stasera?”

David: “Vediamo un film”

Zac: “Dove?”

David: “Qui”.

La chiaccherata va’ avanti per qualche altro minuto, nel quale Egli scopa il pavimento e lo scrivente resta paralizzato di fronte a quel muro di libri e dvd che sembrano avvolgere, ovunque, dappertutto, da restare li’ impalati per almeno dieci anni.

Passo la giornata a zonzo per la capitale e l’unico pensiero che mi rincorre e’:

“Chissa’ quale film scegliera’ fra le migliaia che mi hanno abbracciato”.

Arriva sera.

Mi siedo sul divano.

Il film non parte.

Mary mi guarda e mi fa’:

“Ora viene il bello, perche’ David ha l’abitudine di spiegare qualche aneddoto prima della proiezione”.

Poi parte la pellicola.

“I NUOVI MOSTRI”.

Applausi.

 

SECONDO:

Primi anni ottanta. Alto vicentino. Divano di casa mia. Meriggio.

Parte un film in tv che successivamente rivedro’ per almeno dieci volte.

 

“Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?”.

Assoluto capolavoro. Quintalate di risate grasse. Una musichetta che ancora oggi, a distanza di trentacinque anni, mi tintilla in testa un giorno si’ e l’altro anche.

Sordi imbattibile. Manfredi divinatorio. Blier superlativo.

 

Aridanga o rompa cojota.

 

Grazie mille Ettore, mi hai fatto star bene.

 

Annunci

L’uomo che non voleva morire

In Politica on gennaio 15, 2016 at 7:15 am

SALUTO A FRANCO

 

Franco Citti, l’uomo che non voleva morire, si è spento ieri all’età di 80 anni, nella sua casa di Fiumicino.
Il protagonista di “Accattone” si guadagnò questo soprannome durante le riprese dell’ultima scena del film d’esordio di Pier Paolo Pasolini, quando il personaggio di “Accattone” agonizzava sul selciato pronunciando le ultime, fatidiche parole: “Mo’ sto bene…”
Quel giorno, a quelle parole Franco Citti ne aggiungeva sempre altre. Mezze parole, mezzi rantoli, mezzi respiri. “Franco non voleva morire mai”, ricordava spesso Pasolini nelle sere d’estate, davanti a una pizza. E Franco rivendicava quel diritto di non morire e di scherzare con la morte “perché il cinema è tutto finto e tutti lo sanno che è finto”.
Franco Citti era un attore formidabile e un uomo di una bellezza struggente.

Quando Accattone percorre con passo dolente il lungo viale sterrato che attraversa la borgata e incrocia con lo sguardo il misero funerale di un disgraziato come lui, il suo volto fa vibrare lo schermo come soltanto Marlon Brando prima di lui era riuscito a fare in “Fronte del porto”. Del resto, l’attore inventato da Pasolini aveva poi conquistato, senza nessuno sforzo, tanti altri registi, come Francis Ford Coppola, Valerio Zurlini, Elio Petri, Bernardo Bertolucci, Franco Giraldi, Citto Maselli, e suo fratello Sergio Citti.
Franco e Sergio Citti sono stati per tutta la vita una sola persona. Tutti li confondevano. Il nome che prevaleva era quello di Sergio, il volto quello di Franco. Entrambi ci avevano fatto l’abitudine, e rispondevano sempre, con stanca pazienza “no, hai sbajato, quello è mi fratello, ma nun importa”. C’era del razzismo in questa confusione, c’era l’idea che quei borgatari scoperti da Pasolini erano inevitabilmente tutti uguali come i negri o i cinesi. Un razzismo a volte odioso, come quello che spinse un giorno un importante critico cinematografico a definirli “pasolinoidi”. Un razzismo più innocente e divertente, altre volte, come quello che suggerì al regista Sergio Corbucci, maniaco dei soprannomi beffardi, di ribattezzare i fratelli Citti “Buzzurri e Grida”, parafrasando il celebre film di Ingmar Bergman “Sussurri e Grida”.
Franco e Sergio hanno convissuto per molti anni come orfani inseparabili in quella casa di Fiumicino costruita dal padre Santino, fino alla morte di Sergio nel 2005. Il destino li aveva uniti per sempre con uno scherzo degno di una novella del Boccaccio. Franco aveva perso l’uso della parola nel 1998 in seguito a un ictus.

Quattro anni dopo Sergio perse l’udito dopo due infarti. Uno poteva solo ascoltare. L’altro poteva solo parlare.
Le ultime parole di Franco non potrò mai dimenticarle perché una sera del 1999 le pronunciò con una rabbia feroce quando era già diventato muto. Fu colpa di Totti che aveva calciato una punizione sulla traversa. Franco si alzò di scatto e lo coprì di improperi rapidissimi e perfettamente articolati. Poi si rimise a sedere come se niente fosse. Io gli saltai addosso urlandogli “Franco, hai parlato! Ti rendi conto? Hai parlato! E  hai detto un sacco di cose!”. Lui mi guardò come si guarda uno scemo e mi disse l’unica battuta che fino all’ultimo giorno ha sempre pronunciato: “Babbanculo!”.
Ma ora, davanti al crollo di un altro pezzo di un mondo al quale ho avuto il privilegio di appartenere, l’unica battuta di Franco Citti che resterà per sempre scolpita nella mia memoria è quella che pronunciò il 5 novembre del 1975 quando arrivammo in Piazza Farnese con la bara di Pier Paolo Pasolini e trovammo lì ad aspettarci migliaia e migliaia di romani. In quel momento, Franco si guardò intorno e disse fra i denti: “Allora nun è morto solo un frocio”.
Franco Citti ha vissuto tutta la sua vita da uomo libero. Non ho mai conosciuto un uomo libero come lui. Se ne è sempre infischiato del successo, i soldi non avevano alcun valore per lui, e amava pescare in solitudine più di qualunque altra cosa. Ha sempre trascurato le mogli e le compagne, non si è mai occupato dei suoi tre figli Paolo, Marina e David. Ma tutti non hanno mai smesso di amarlo, e in special modo Paolo lo ha circondato di un affetto che raramente mi è capitato di vedere. Forse perché Franco non ha mai chiesto niente a nessuno, se non di poter essere sempre se stesso.
David Grieco
Roma, 15 gennaio 2016

Un’ utopia e un sogno.

In Politica on gennaio 8, 2016 at 7:58 am

Benvenuti nel 2016, care lettrici, esimi lettori.

Apro l’anno con un’idea che giustappunto ierilaltro la Compagna Bettina ( a proposito, donna di categoria superiore, straordinaria architetto e  mamma superlativa) mi ha suggerito.

Utopicamente, per la prossima tornata elettorale, si candida per la sinistra un tale, uno senza tessere di partito, non iscritto ad alcun movimento, posto fisso garantito, idee progressiste, abiti modesti, simpatico, tremendamente simpatico.

MARIO JOSE BERGOGLIO.

Attualmente impegnato in altro incarico.

 

Si stravince con percentuali bulgare, persino senza la Binetti.

 

Ma non e’ di questo che volevo scrivere.

L’argomento e’ puramente ludico:

 

LA SCIATA PIU’ BELLA DI SEMPRE.

I monti straripanti dei loro colori, che variano al variare della luce.

Il cielo da consegnare ad Antonio Canal per una tela da far invidia all’arrivo del Buccintoro in laguna.

Il verde, l’ocra, il terra di Siena e l’azzurro illibato che si fondono con queste lunghe, interminabili, strisce di neve.

E che neve!!!

In Val Badia quest’anno hanno risolto la quadratura del cerchio; dopo anni di ricerca, 140km di piste sono state innevate con un surrogato della neve, ad impatto ambientale zero (ricordo che nei prati dell’alto adige, in estate, pascolano le giovenche, se ne’ evince che l’erba deve essere assolutamente esente da veleni alcuni), dura al mattino, dura nel meriggio, sempre uguale, un sogno.

Gli sciatori comprenderanno: cronch, cranch, crinch, una curva cronch, una derapata cranch, una serpentina crinch, la neve perfetta.

Mi sono concesso pure uno scoppio di scarpone con relativo salvataggio da parte della polizia in motoretta, imprevisti dello sciatore provetto.

E mentre stai sciando, che gia e’ una cosa con poche rivalita’ nel globo, a destra vedi quello con la mountainbike in manichette corte, a sinistra due rocciatori, poco piu’ avanti un “malgaro” che stancamente tira un pony, file di sdrai con un sacco di persone intente ad abbronzarsi e leggere, tutti senza ipad e tablet vari, tutti o con il quotidiano o con un libro fatto di carta, un’umanita’ scomparsa da almeno dieci anni.

Se togliamo Tom Hank’s nel film in cui naufraga in un’isola deserta e Robinson Crosue, le piste da sci sono l’unico luogo rimasto dove le persone continuano a parlarsi e a vivere senza l’assillo dei new social media.

Alcuni mi hanno detto “Hai pubblicato delle foto in rete?” NO, non avevo con me la polaroid.

L’ultimo giorno abbiamo risalito un picco,  per stravaccarsi in un prato a 2mila metri, allungo lo sguardo, toh, una fontana per l’abbeveraggio dei bovini completamente ghiacciata, due metri quadri di ghiaccio orrizontale.

E mi son sentito agli albori, a milioni di anni fa’, perche’ quando sono a Roma, penso sempre a 2mila anni fa’, quando sono a Venezia penso sempre a 600 anni fa’.

Ma di fronte al Piz Boe’, alla Gardenaccia, al Col Pradat e al Sasslongher, punte che contano centinaia di miloni di anni, altro non ho potuto fare che mettermi alla ricerca di sassi appuntiti, sedermi al centro della fontana, e per diverso tempo incidere nel ghiaccio quattro clowns, adoro i clowns, che resteranno li’ sino al disgelo.

 

Sono ringiovanito di tre lustri, almeno.

 

Baci a tutti.