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L’uomo che non voleva morire

In Politica on gennaio 15, 2016 at 7:15 am

SALUTO A FRANCO

 

Franco Citti, l’uomo che non voleva morire, si è spento ieri all’età di 80 anni, nella sua casa di Fiumicino.
Il protagonista di “Accattone” si guadagnò questo soprannome durante le riprese dell’ultima scena del film d’esordio di Pier Paolo Pasolini, quando il personaggio di “Accattone” agonizzava sul selciato pronunciando le ultime, fatidiche parole: “Mo’ sto bene…”
Quel giorno, a quelle parole Franco Citti ne aggiungeva sempre altre. Mezze parole, mezzi rantoli, mezzi respiri. “Franco non voleva morire mai”, ricordava spesso Pasolini nelle sere d’estate, davanti a una pizza. E Franco rivendicava quel diritto di non morire e di scherzare con la morte “perché il cinema è tutto finto e tutti lo sanno che è finto”.
Franco Citti era un attore formidabile e un uomo di una bellezza struggente.

Quando Accattone percorre con passo dolente il lungo viale sterrato che attraversa la borgata e incrocia con lo sguardo il misero funerale di un disgraziato come lui, il suo volto fa vibrare lo schermo come soltanto Marlon Brando prima di lui era riuscito a fare in “Fronte del porto”. Del resto, l’attore inventato da Pasolini aveva poi conquistato, senza nessuno sforzo, tanti altri registi, come Francis Ford Coppola, Valerio Zurlini, Elio Petri, Bernardo Bertolucci, Franco Giraldi, Citto Maselli, e suo fratello Sergio Citti.
Franco e Sergio Citti sono stati per tutta la vita una sola persona. Tutti li confondevano. Il nome che prevaleva era quello di Sergio, il volto quello di Franco. Entrambi ci avevano fatto l’abitudine, e rispondevano sempre, con stanca pazienza “no, hai sbajato, quello è mi fratello, ma nun importa”. C’era del razzismo in questa confusione, c’era l’idea che quei borgatari scoperti da Pasolini erano inevitabilmente tutti uguali come i negri o i cinesi. Un razzismo a volte odioso, come quello che spinse un giorno un importante critico cinematografico a definirli “pasolinoidi”. Un razzismo più innocente e divertente, altre volte, come quello che suggerì al regista Sergio Corbucci, maniaco dei soprannomi beffardi, di ribattezzare i fratelli Citti “Buzzurri e Grida”, parafrasando il celebre film di Ingmar Bergman “Sussurri e Grida”.
Franco e Sergio hanno convissuto per molti anni come orfani inseparabili in quella casa di Fiumicino costruita dal padre Santino, fino alla morte di Sergio nel 2005. Il destino li aveva uniti per sempre con uno scherzo degno di una novella del Boccaccio. Franco aveva perso l’uso della parola nel 1998 in seguito a un ictus.

Quattro anni dopo Sergio perse l’udito dopo due infarti. Uno poteva solo ascoltare. L’altro poteva solo parlare.
Le ultime parole di Franco non potrò mai dimenticarle perché una sera del 1999 le pronunciò con una rabbia feroce quando era già diventato muto. Fu colpa di Totti che aveva calciato una punizione sulla traversa. Franco si alzò di scatto e lo coprì di improperi rapidissimi e perfettamente articolati. Poi si rimise a sedere come se niente fosse. Io gli saltai addosso urlandogli “Franco, hai parlato! Ti rendi conto? Hai parlato! E  hai detto un sacco di cose!”. Lui mi guardò come si guarda uno scemo e mi disse l’unica battuta che fino all’ultimo giorno ha sempre pronunciato: “Babbanculo!”.
Ma ora, davanti al crollo di un altro pezzo di un mondo al quale ho avuto il privilegio di appartenere, l’unica battuta di Franco Citti che resterà per sempre scolpita nella mia memoria è quella che pronunciò il 5 novembre del 1975 quando arrivammo in Piazza Farnese con la bara di Pier Paolo Pasolini e trovammo lì ad aspettarci migliaia e migliaia di romani. In quel momento, Franco si guardò intorno e disse fra i denti: “Allora nun è morto solo un frocio”.
Franco Citti ha vissuto tutta la sua vita da uomo libero. Non ho mai conosciuto un uomo libero come lui. Se ne è sempre infischiato del successo, i soldi non avevano alcun valore per lui, e amava pescare in solitudine più di qualunque altra cosa. Ha sempre trascurato le mogli e le compagne, non si è mai occupato dei suoi tre figli Paolo, Marina e David. Ma tutti non hanno mai smesso di amarlo, e in special modo Paolo lo ha circondato di un affetto che raramente mi è capitato di vedere. Forse perché Franco non ha mai chiesto niente a nessuno, se non di poter essere sempre se stesso.
David Grieco
Roma, 15 gennaio 2016

  1. Caro David,
    ho immediatamente condiviso con tutti i miei amici virtuali di Google+ questo tuo tenero post dedicato al grande Franco Citti.
    Dopo “er morituro” Guido che ricordo con tanta ammirazione per quel suo SMS che mi hai fatto leggere, un’altra presenza importante della tua vita ti ha lasciato ed immagino la tua grande tristezza.
    Ancora un forte abbraccio a te ed un ringraziamento a Zac per averci prontamente fatto leggere questi tuoi commoventi ricordi. robi

  2. Mi affaccio al pianerottolo del condominio per lo stesso motivo. Quando, ieri sera ad un TG a casa di amici, ho appreso della notizia della morte di Franco Citti, ho pensato subito a David ed a quanto possa essere stato duro questo nuovo lutto, capitato ad un amico che lui conosce bene, appartenente a quel mondo che conosce altrettanto bene e che ruotava intorno a Pasolini. Poi, stamattina, ho letto questa commovente (nel senso che io mi sono commosso) commemorazione su un post pubblicato da “la Macchinazione” su facebook, dedicata da David all’attore scomparso.

    Bravo Zac per averla proposta anche qua. E’ un segno del rispetto e della stima che noi condomini riserviamo al nostro David. Vi abbraccio tutti. E che la terra sia lieve, per l’Accattone.

  3. E si Compagno David, è la terza volta che leggo questa pagina e il pensiero non cambia, la mente corre a un capolavoro scritto nel 1931 dal premio nobel per la letteratura, il primo Greco che lo ha vinto, Giorgos Seferis, nel 61 Teodorakis la musicò e al funerale di Seferis,
    nel 71, il popolo Greco la cantò fregandosene del regime dei colonnelli.
    Ti leggevo e nella mente quella musica e quel testo struggente, “STO PERIGIALI”, tradoto, IL DOLORE, anche la tua pagina trasmette il dolore, nascosto tra le righe e le battute, ma tangibile.
    Come vedi, la mia passione per i capolavori non smette…e vado a risentirla, da oggi accanto all’autore di quel sublime testo, vedrò anche questo testo e il suo autore.
    Hasta Condomini.
    Tina

  4. Grazie amici miei,
    sono stati giorni fin troppo intensi. Saluterò Franco per l’ultima volta martedì mattina, quando lo porterò accanto a Sergio, che da dieci anni gli mancava tremendamente.
    Ieri è stata una giornata demenziale: due funerali, una risonanza magnetica e infine una presentazione del libro vicino Rieti.
    Non so voi, ma quando uno gira e rigira il coltello sempre nella stessa piaga e la piaga non fa che allargarsi alla fine l’unica salvezza è l’ironia.
    Franco, per fortuna, mi ha fatto ridere tante volte. La sua fame atavica, per esempio. Quando aveva fame gli veniva da piangere. Le lacrime gli scorrevano sul viso in silenzio e non c’era bisogno di parole. Correvo a farmi fare dei panini e gli chiedevo cosa ci volesse dentro. Lui rispondeva sempre: “Quello che te pare, ma me raccomanno, cor sugo!”. “Sugo de che?”. “Sugo de quello che te pare, ma cor sugo!”.
    Non so se vi ho mai raccontato, forse l’ho fatto, di quando Carmelo Bene portò con se’ Franco, cosi’ vero e cosi’ poco teatrale, a recitare a teatro con lui nella “Cena della beffe”. Fecero una lunga tournée insieme, e una domenica pomeriggio a Verona accadde l’irreparabile.
    Alla fine del primo atto, Franco finiva dentro un pozzo e ci restava per più di un’ora, fino alla fine dello spettacolo. Giù in quel pozzo, si era organizzato. Salame, prosciutto, pasta e fagioli, bottiglie di vino. Magnava e beveva.
    Quella domenica, a Verona, Franco si ricordò improvvisamente che le partite erano finite da poco. Allora cominciò a risalire il pozzo.
    Mentre Carmelo Bene e Lydia Mancinelli erano impegnati al centro della scena, Franco fece capolino dal pozzo e cercò di attirare l’attenzione degli spettatori delle prime file: “Psst!… Psst!…”. Quelli lo fissarono sbalorditi. Ma lui aveva un’idea fissa: “Aoh!… Aoh!… Sì, te, proprio te!… Sai mica che ha fatto la Roma?…”
    Come si dice in gergo, venne giù il teatro. Quando esplose la risata più fragorosa mai udita in un teatro, Carmelo si voltò di scatto e lo vide. A quel punto, Franco improvvisamente si rese conto e scomparve nel pozzo.
    Ma era troppo tardi.
    Alla fine dello spettacolo, Franco cercò di uscire alla spicciolata dal teatro per non farvi più ritorno. I colleghi lo fermarono. “Devi andare subito da Carmelo, ha chiesto di te, ti vuole parlare”. Lui non ci voleva andare: “Che ce vado a fa’? Tanto lo so che me caccia, me ne vado io, nun ce so’ problemi”. Ma gli altri lo spinsero fino al camerino di Carmelo Bene. Carmelo, con i suoi occhi a palla perennemente truccati, lo fissò in silenzio lanciando fulmini e saette. Franco si prostro’: “Ciai ragione, Carme’. Lo so, ho sbajato. Avevo bevuto troppo, nun sapevo più ‘ndo stavo. Me ne vado subito, te chiedo scusa, e nun me devi manco paga’, stamo a posto così…”
    “E chi te lo ha detto che ti licenzio?”
    “Perché, nun me licenzi?”
    “Licenziarti non mi darebbe nessuna soddifazione. Dovrei ammazzarti, come minimo, per quello che hai fatto…”
    “Sì, lo so, nun so’ come chiedete scusa, ma che devo fa’, ho sbajato lo so, ma ormai è fatta. Te l’ho detto, me ne vado e te chiedo ancora scusa…”
    “No. Tu non vai da nessuna parte. Resti qui con noi, ma a un patto”.
    “Quale patto?”
    “Tutte le domeniche, durante la pomeridiana, quando finiscono le partite, devi fare la stessa cosa che hai fatto oggi”.
    Questo era Franco. E anche Carmelo.

    Buona domenica
    David

  5. Non conosco altro raccontatore di artisti all’infuori di te.
    T’aringrazio. robi

  6. Mammamia che racconto, caro David,Franco dev’essere stato veramente uno con il pelo nello stomaco, perche’ io mi sono immaginato molte volte nella vita di essere di fronte a Carmelo Bene incazzato, peggio del peggior incubo, al punto che preferirei venire cazziato dal Nicholson della locandina di Shining.

    Hasta
    Zac

  7. Che dire se non battere le mani all’uomo che se n’è andato e a quello che ha scritto questo pezzo…

  8. Grazie Ernest, grazie ancora a tutti quanti,
    domani i vostri complimenti li giro tutti a Franco. Me lo immagino un po’ ubriaco, che beve e cazzeggia con voi. Si troverebbe bene in condominio. Avrò mangiato con lui cento volte, duecento. Non mi ha risparmiato nemmeno una volta una smorfia di disgusto quando mi versavo dell’acqua. Cioè sempre. A tavola con voi mi avrebbe dato le spalle, di proposito.
    Robi…già ti vedo all’opera.
    David

  9. Caro David,
    sono onorato di accogliere il tuo invito ad “immaginare” il saluto al tuo caro amico Franco.
    Considerando che si sarebbe trovato bene nel nostro Condominio, senza chiedere i permessi al Comune, ho ricavato una stanza per averlo sempre fra di noi.
    Il progetto è già partito via e-mail al comandante Zac. (Con il bicchiere in mano, non ti abbiamo dato le spalle, ma l’idea vale per una qualsiasi altra volta…).
    Un abbraccio. robi

  10. Per alcuni particolari raccontati su Franco Citti da David, mi viene da sorridere pensando ad un altro Franco, anche lui passato a miglior vita poco più di un anno fa. Franco da Pietralata. No, non era un nobile! Era proprio di Pietralata, quartiere periferico di Roma, quartiere popolare. Nato lì quando la classe operaia e popolare, era ancora “classe”! Quarto di sette fratelli di un mio amico, corporatura da armadio a 4 ante ma di una timidezza da far tenerezza, fin da giovane aveva lavorato al macello di Trastevere poi, non so come, era finito a lavorare al camposanto. Si, al cimitero del Verano. Bevitore eccezionale, reggeva bene solo la prima bottiglia. Nel senso che stava a tavola e mangiava, non parlava e ascoltava gli altri. Alla seconda, si scordava la timidezza e dava fondo ad un’infinità di racconti, molti irriferibili. Mangiava da fare spavento, però non lo faceva per avidità ma per il gusto. Era un’intenditore di cucina rigorosamente “alla romana” e conosceva posti incredibili a San Lorenzo oppure in Trastevere. Quasi tutti scomparsi negli anni, come lui. In tanti anni, non l’ho mai sentito proferire una parola in italiano. Il dialetto romano era la sua lingua madre, unica. Comunista per fede e fascista quando beveva, perché non sopportava il degrado in cui era sprofondato il quartiere in cui era nato ed ha vissuto tutta la vita. Ce l’aveva, in particolare, con gli immigrati che, secondo lui, avevano invaso il suo quartiere, rendendolo ancora più invivibile. Personalmente non affrontavo con lui discussioni al riguardo, soprattutto se aveva bevuto! Da sobrio invece, ci provai forse un paio di volte ma non fui in grado di smentirlo. Sempre senza una lira, probabilmente investiva in prostitute e una, la sua preferita credo, penso la mantenesse pure. Temibile quando si incazzava, era capace di esprimere un’umanità che non ti saresti immaginato, quando gli capitava di raccontare di salme particolari che aveva ricomposto o di funerali particolarmente commoventi.

    E, David, ti avrebbe voltato le spalle anche lui se avessi bevuto acqua, in sua presenza! Con lui a tavola, rischiavi di litigare anche se bevevi birra!

    Se ne è andato, come se ne stanno andando tante cose di una vita passata. Rimane il ricordo e, a volte, la nostalgia di un mondo scomparso. Ma anche tanti sorrisi.

    Ciao Zac e buona serata a tutto il condominio.

  11. Caro Robi,
    sapevo che non saresti mancato. Non riesco a comunicarti il mio entusiasmo per la vignetta perché purtroppo è caduto, nel frattempo, un altro bel pezzo di cornicione.
    Ettore Scola insisteva da tempo per vedere il film che ho fatto. L’avevo invitato, lunedì, all’ultima proiezione di controllo in laboratorio. Non vedendolo arrivare, lui che era una delle persone più puntuali che abbia mai conosciuto, ho capito.
    Un grande abbraccio a tutti voi
    David

  12. Caro David,
    ieri sera, quando mia moglie mi ha detto della notizia apparsa sul televideo, ho subito pensato al tuo triste coinvolgimento in questa nuova scomparsa e stamattina Zac, in una sua e-mail, mi ha confermato quanto eri legato al Grande Ettore Scola.
    Con i pezzi di cornicione stanno cadendo anche i ricordi di quando e quanto stavamo bene con le persone giuste che sapevano emozionarci con la poesia del quotidiano.
    Mi racconterai di questo tuo grande amico.
    Ti abbraccio. robi

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