Il Blog

Siete microbi

In Politica on settembre 11, 2018 at 5:33 am

Stamane lo sport nazionale è attaccare il neo Alto Commissario per i diritti umani,
Michelle.

Devono sciacquarsi la bocca prima di parlare.

Questa è la storia di Michelle, e della sua migliore amica:

Da bambine giocavano assieme, erano le migliori amiche, Michelle ed Evelyn, tutte e due figlie di generali, Alberto e Fernando.

Poi venne l’11 Settembre, il vero 11 Settembre, quello in cui un popolo perse la speranza, quello in cui la Moneda venne bombardata, quello in cui Salvador Allende venne accoppato (anche se, ancor oggi, si parla erroneamente di suicidio).

Da quel giorno le due bambine, che erano diventate ragazze, si divisero.

Alberto, il padre di Michelle, si schiero’ dalla parte giusta, fu prima torturato e poi giustiziato.

Fernando, il padre di Evelyn, si schiero’ con il potere, e ovviamente non gli fu torto un capello.

Anzi, fu proprio il generale Fernando Matthei e far uccidere il generale Alberto Bachelet.

Michelle, che aveva ed ha stampate nell’anima parole come uguaglianza, rispetto, dignita’, fu’ arrestata, rinchiusa nella oramai celeberrima Villa Grimaldi, e torturata. Ne’ usci viva per miracolo.

Quell’altra, Evelyn, continuo’ a collezionare cristalli di Bohemia come se nulla fosse successo.

Michelle abbandono’ il Cile, visse per ventanni in esilio, crebbe i propri figli da sola, dato che a sfiga si somma sempre altra sfiga, che in questo caso si manifesto’ quando anche il suo compagno fini’ nella lista dei desaparecidos (come ebbe a dire Berlusconi “li portavano a fare una gita in aereo”), poi decise che al cuore non si comanda, che il suo paese avrebbe avuto bisogno di lei.

Cosi’, dopo troppi anni, la compagna Michelle Bachelet e la fascista Evelyn Matthei si sono reincontrate.

Sfidanti per le elezioni presidenziali in Cile.

Ha vinto Michelle, ha stravinto Michelle, senza golpe, senza torture, senza assassini.

Questa storia, che pare essere tratta da un romanzo noir di Mempo Giardinelli, potrebbe essere tacciata come utopica, dato che il cile continua ad essere meta delle piu’ ignobili multinazionali americane, e allora concludo questo racconto con una frase che prendo in prestito da Luis Sepulveda:

“L’utopia e’ come l’orrizzonte,

cammino due passi, e si allontana due passi.

Cammino dieci passi, e si allontana dieci passi.

L’orrizzonte e’ irrangiungibile.

E allora, a cosa serve l’utopia?

A questo:

serve per continuare a camminare”

Chissà quale storia potrebbe raccontare l’attuale ministro per la razza stolta, per giustificare il posto che occupa.

  1. Commenti ad un post come questo non se ne possono fare.

    Scrivo, però, due righe su un recente episodio locale (della zona dove vivo), che comunque c’entra un po’ con l’andazzo politico odierno: il posizionamento di un bel leone a guardia e tutela della nostra italianità. Occhio.

    Qua adesso inauguriamo il leone più grande del mondo. La più grande merdata del mondo in vetro resina, senza alcun valore artistico, ma con la faccia minatoria di una belva feroce, a guardia del territorio. A tutela dell’onesto veneto lavoratore incallito e ignorante irrecuperabile. Tra l’altro, posizionato proprio di fronte ad un’industria tristemente controllata per una presunta contaminazione delle falde di tutta la regione. Un monumento al veneto che uccide il Veneto. Con quella faccia ingrugnata e minacciosa. Un’offesa al leone animale e all’arte della scultura. Alto quattro metri; dalla gola di farlo sembrare enorme, lo piazzano in una rotatoria grande, con un basamento ancor più grande, cosicché l’effetto è quello di una gatto arrabbiato in mezzo ad una collina deserta. Che guarda minaccioso… chi? Il traffico di sotto (di gente che si incolonna tutti i santi giorni a fare avanti e indietro per andare a lavorare – belli: ognuno nella sua macchinetta, liberi e autonomi – come io stessa, del resto) che nemmeno alza lo sguardo a ‘sto colosso di casa nostra. Bello, il leone. Potente.
    Ho sentito una tipa dire che lei lo avrebbe fatto col libro chiuso. Con la spada in mano. Sai la storia del leone di Venezia, che quando stava chiuso era la guerra. Ecco. La tipa si augurava la guerra. Contro gli stranieri. Chi? Dai profughi all’africano qua da dieci anni, vicino di casa che però non ti piace. Tutto lo stesso.

    Ci sono paesi nel mondo dove la democrazia è ancora lontana. Ma mi chiedo: i paesi notoriamente democratici, capiscono la differenza? Come la trattiamo la tanto sudata “libertà”?

    Un abbraccio a tutti
    J.

  2. E in vetroresina, necessita di manutenzione annuale, costruito dai cartapestai di Gardaland (noti alla tate modern e al moma..).

    Insomma, una vera cagata.

    Per quanto riguarda invece la fabbrica che si presume abbia inquinato, cara Jessica, ti informo che negli ultimi 50 anni TUTTE le attivita conciarie del comune per cui lavori, hanno avvelenato falde e terreni non solo con i pfas, ma soprattutto con il cromo esavalente.

    L’attuale azienda alla quale ti riferisci, e che a dirti la verità sono bravi a dare ancora lavoro a persone in loco, NON ha mai sgarrato un controllo, e ti garantisco che quando l’Arpav si muove da incazzata, anche se hai un pelo del culo pettinato male, te lo trovano.

    Hasta
    Zac

  3. Lungi da me difendere le concerie del comune per cui purtroppo lavoro!! Ho nominato (anzi, nemmeno) quella, come simbolo, perché si trova proprio lì davanti… io non sono un funzionario ARPAV, perciò ho scritto “controllata” e non “condannata” e “presunta” anziché “effettiva”.
    La tua presa di posizione mi rassicura alquanto.

    Baci amico chimico

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