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L’attore genovese

In La Tunisia di David, e altro ancora. on aprile 2, 2013 at 1:35 pm

Mi pare che dopo la zuccata in questo condominio la pensiamo tutti allo stesso modo.
E ciò che pensiamo lo posso leggere i tanti siti (anche quelli dei giornali on line) dove tutti hanno smaltito il colpo e si fanno più o meno le stesse domande o esprimono le stesse speranze che sono le nostre.
Questo è comunque un fatto positivo.
Questa gigantesca seduta di autocoscienza che sta coinvolgendo il 70% del paese sarà pure molto sgangherata ma sarà anche salutare.
Ora, come molti di voi, vorrei smettere di parlarmi addosso (cosa per me non facilissima) e fare un ultimo ragionamento/previsione.

Mi ha gratificato molto che vi abbia fatto piacere il giro di jukebox. Continuate pure a mettere le vostre monete nella fessura e io una volta la settimana canticchierò qualcosa.
Rimestando nei ricordi, mi sono reso conto improvvisamente che in tutti quegli incontri, in quelle avventure e in quelle disavventure, la politica era sempre presente. Del resto, a quei tempi si diceva che “il privato e’ politico”, ricordate? Pertanto, non mi sento affatto come un reduce di Novella 2000 e continuerò a raccontare molto volentieri finché avrete voglia di leggere.

Come ormai sapete, ho cominciato da ragazzino come “attore abusivo”, poi attore fallito.
Avevo solo una bella faccia e ben altro per la testa. Da quel momento in poi, avrei potuto odiare gli attori per frustrazione, per invidia, o per stupida “superiorità culturale”.
Invece, chissà perché, ho cominciato ad amare gli attori, anche quelli veramente stupidi, più di qualunque altro essere umano.
Li considero gente estremamente esposta e vulnerabile e mi fanno scattare sempre, senza nessuna distinzione, la necessità di proteggerli. Ne ho conosciuti tanti, in Italia, in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti, e non sono mai riuscito a odiarne veramente qualcuno, nonostante i loro comportamenti spesso assurdi, folli, vili, ottusi, infantili.

Beppe Grillo è un attore.

Questo si dimentica spesso. Lo chiamano “comico” per sottolineare la sua distanza dalla realtà o perché lui stesso ha detto spesso “possibile che questi orrendi guasti della politica li devo denunciare io che sono solo un comico?”.

Beppe Grillo fa spesso ridere ma non è un comico.

È un attore.

E il personaggio che interpreta oggi è un personaggio che molti hanno definito giustamente “shakespeariano”, cioè la più alta forma di drammaturgia che un attore può desiderare. Beppe Grillo è un attore frustrato, per giunta.
E la frustrazione è anch’esso uno degli stati d’animo che Shakespeare ha voluto rappresentare piu’ di ogni altro per spiegare come le sorti dell’umanità siano spesso legate ai beffardi destini delle singole persone.
Beppe Grillo è due volte frustrato.
Il cinema lo ha respinto in più di un’occasione, e in una di queste interpretava un emulo di Gesù Cristo (Cercasi Gesu’) che è tutto un programma. La televisione lo ha espulso tanti anni fa, a causa di una satira su Craxi e i socialisti che non faceva proprio ridere e che lui stesso interpretò con scarsa convinzione (andatevi a rivedere quella puntata di Fantastico, sembra che lui voglia dire “mi hanno scritto ‘sta roba, io la dico, ma non ho mica capito se funziona”).

Grillo ha avuto sempre degli autori, come Stefano Benni, Michele Serra e tanti altri. Quando l’ho conosciuto, nel 1978 a Sanrem, dopo uno scandalo politico che aveva distrutto il Festival, ho conosciuto un uomo che della politica se ne fregava completamente e ambiva solo al successo. Oltre agli autori, da quando è finito ai margini di tutto come un appestato e si è inventato un’altra vita, un’altra storia e un’altra carriera su Internet, ha avuto altri guru (almeno due) prima di questo Casaleggio.

Beppe Grillo, ripeto, è e resta un attore.
Anche Gianfranco Funari, con il quale ho condiviso una folle avventura all’apice della sua carriera, era un attore. Anche lui era stato cacciato dalla TV per gli stessi motivi e dalla stessa persona (Craxi) ma aveva saputo vincere, da solo, la sua battaglia con la TV e ci era tornato di prepotenza per fare politica pura senza protettori e senza padroni.
Anche lui a un certo punto si è buttato in politica.
Anche su di lui ho scritto un necrologio senza pudore e senza ipocrisia che forse potrete trovare nell’archivio dell’Unita’.

Da alcuni mesi, provo ad andare a zonzo nella testa di Beppe Grillo usando la mia esperienza e la mia immaginazione. Ogni volta, ne esco con la stessa sensazione.
La sensazione di calcare un palcoscenico che nessun altro attore ha mai potuto sognare, la sensazione di avere ai piedi un pubblico che nessun attore ha mai osato desiderare.
Altro che Premio Oscar, altro che gli incassi di Titanic, altro che Ronald Reagan.
Di conseguenza, cerco di continuare ad interpretarlo e cerco di capire dove può andare a finire questo film mai visto prima, questo kolossal dei kolossal che ha per protagonista e per interprete assoluto questo attore così dolorosamente frustrato.

L’unico film che mi viene in mente è “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin, con tutta la sua straordinaria, commovente, irripetibile carica positiva in quel monologo tutto d’un fiato che è uno dei più alti prodigi umani della storia del cinema. Ma Chaplin era un autore prima che un attore.

Per restare su questa terra, il Grillo che immagino io non vuole fare governi con nessuno, non intende fermarsi di fronte a nessun risultato, non vuole interrompere questo sogno per nessun motivo al mondo, non si pone alcun limite che noi umani finiremmo col porci. Vuole andare avanti, sempre avanti, gridando nel buio dove ormai abita una folla di miliardi di spettatori che lo stanno guardando in tutto il mondo, vuole forse diventare il futuro leader mondiale della futura umanità o qualcosa del genere, ma probabilmente nemmeno lo sa, non può saperlo.

Beppe Grillo non è né buono né cattivo, né progressista né conservatore. È un attore. Soltanto un attore. Che dopo tante sofferenze, tante frustrazioni, ha trovato il palcoscenico più incredibile del mondo perché sembra il mondo stesso. Secondo me, da quel palcoscenico non scenderà mai per nessun motivo al mondo. Andatevi a rivedere Peter Finch in Network (Quinto Potere) di Sidney Lumet.

Volevo dire solo questo. Come al solito, ho usato qualche tonnellata di parole di troppo. È la malattia dell’autore, anche peggiore di quella dell’attore.

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Dal caffe’ di Tunisi.

In La Tunisia di David, e altro ancora. on aprile 2, 2013 at 1:32 pm

Dicevo l’altro giorno che nel mondo arabo si sta finalmente facendo strada l’idea che Al Qaeda non abbia niente a che fare né con la fede religiosa né con le aspirazioni del popolo arabo.
Ce ne è voluta per capirlo, direte voi.
Non dimentichiamo che molti di noi, per troppi anni, hanno definito le Brigate Rosse “compagni che sbagliano”.
E non dimentichiamo nemmeno che a Bush, Blair e Berlusconi ha fatto molto comodo identificare tutto il mondo arabo con l’organizzazione guidata dal pensiero di Bin Laden.
Questo pensiero, per orribile che fosse, non c’è più.
Oggi Al Qaeda è una sigla di comodo, un franchising, ad uso e consumo di varie organizzazioni criminali puramente come la Mafia che, per fortuna, a differenza della Mafia, sono spesso recenti e ancor piu’ spesso costituite in larga parte da giovani disperati, dilettanti e sbandati.

I giovani, in Tunisia come nel resto del mondo arabo, sono maggioranza schiacciante.
Confido che sapranno schiacciare questa loro minoranza senza troppe difficoltà.
Non dovranno per forza usare la violenza. Questi giovani sono scolarizzati, pacifici e dotati di un prezioso senso dell’umorismo.
Da dieci giorni, stanno facendo impazzire i loro poveri e stolti coetanei salafiti con Harlem Shake, un pezzo hip hop nato in Australia che furoreggia in tutto il mondo dal 2 febbraio scorso. Harlem Shake fa partire un ritmo sincopato con la parola-slogan “Los terroristas!” e ognuno può ballare in libertà, con movenze che evocano ogni forma di libertà, libertà sessuale compresa.
I teppisti salafiti istigati dal Ministro della Pubblica Istruzione, tutte le volte che hanno tentato di fermarli con i loro violenti raid, hanno avuto la peggio e sono dovuti fuggire con la coda tra le gambe. Harlem Shake sta definitivamente spazzando via tante paure residue trasferendole nel campo opposto.
Non posso fare a meno di ricordare che prima del ’68 la nostra rivoluzione culturale l’avevano già fatta i Beatles, i Rolling Stones, Jim Morrison, Mary Quant, ma persino i Rokes e l’Equipe 84. Tutta gente che ho sempre considerato, non finirò mai dirlo, molto più rivoluzionaria d utile di qualunque leader del Movimento Studentesco, in Italia e non solo.

In Libano, in Egitto, in Marocco ma principalmente in Tunisia, questo Harlem Shake viene eseguito, ballato e filmato dagli studenti di tutte le età in tutte le scuole, tutti i giorni, con la partecipazione di quasi tutti gli insegnanti, per prendere per i fondelli gli estremisti e i terroristi che fanno da stampelle a un governo islamista ormai agonizzante, la cui popolarità è scesa ben al di sotto del 20%.

Questo governo entro la fine della settimana deve presentare un rimpasto radicale.
Ma nessun altro partito accetta di parteciparvi se non verranno messe fuorilegge tutte le organizzazioni, e le relative squadracce, che gli islamisti di Ennahdha hanno inventato subito dopo la Rivoluzione.
All’interno di Ennahdha è partita una diaspora che vede ormai prevalere i musulmani democratici.
La macchina blindata del capo sceicco Gannouchi (che non è nemmeno sceicco, come Totò Sceicco) due giorni fa è stata presa a calci e sassate con lui dentro e da allora lui non mette più il naso fuori.

Sembra stia per sorgere un nuovo sole sulla Tunisia.

Dopo tanta pioggia, oggi si segnalano quasi 30 gradi.
Pare che i turisti italiani, francesi e tedeschi abbiano paura di venire.
Peggio per loro.
In compenso arrivano gli inglesi, che hanno sempre avuto il coraggio dell’avventura.

Sono ottimista per la Tunisia.
L’ottimismo deriva dagli elementi citati, ma anche da un terzo elemento che ricondurrà questo ragionamento in Italia. In questi ultimi mesi, ho scoperto in Tunisia una classe politica e sindacale piuttosto straordinaria.
Composta di uomini e donne, migliaia di uomini e donne, che hanno un’età che va dai 90 ai 30 anni. E’ una classe politica allevata da Bourguiba ma il ventennio di Ben Ali non ne ha interrotto la crescita.
Uno dei suoi esponenti di secondo piano, l’altra sera in televisione, ha avuto il coraggio di dire ciò che molti pensano: “Ben Ali era un dittatore, ma ha difeso il paese da questi estremisti islamici mettendoli in galera o invitandoli a sloggiare. Vedendo come cercano di governarci attraverso il terrore, ci sarà in futuro molto materiale per riflettere sulla storia del nostro paese”.

Nessuno rimpiange Ben Ali.
Ma il 90% dei tunisini che non vogliono più questo governo sono felici di possedere una classe politica dove molte generazioni e molti punti di vista sono rappresentati, una classe politica seria e responsabile che ha saputo tenere a freno in nome della democrazia le spinte insurrezionali di un popolo che si è dimostrato altrettanto serio e responsabile in momenti in cui tutto sembrava dover inevitabilmente precipitare. Questo senso di responsabilità, indispensabile alla crescita della democrazia, lascia ben sperare per il futuro della Tunisia.

Questo stesso concetto di responsabilità mi porta oggi con indesiderato ma immutato pessimismo alle prospettive italiane.
Mi sembra che la nostra mancanza più grave sia proprio questa.
Il senso di responsabilità.
Non abita più in Italia da decenni.
Berlusconi ha conquistato il potere dicendo di essere perseguitato, la sinistra si è dichiarata impotente perché c’era lui, Monti ha finito per dire che il paese non si può cambiare per colpa di Berlusconi e della sinistra e i cittadini italiani piangono da secoli perché sono tutti corrotti ma continuano a farsi corrompere votandoli e sperando di entrare a loro volta nel giro della corruzione.

Del resto, dopo che la parola responsabilità è stata usata da Razzi e Scilipoti, quale significato potrà mai più avere?

In questo paese di gente irresponsabile e in malafede ecco Grillo, il più ingenuamente irresponsabile e in malafede di tutti, essendo buffone di professione. Dietro di lui, c’è posto per tutti. E non è poi così difficile prevedere che cadrà per primo nel burrone, come il monaco cieco e invasato dell’Italia medievale di Brancaleone (come somigliamo a quel film adesso, cazzo!) interpretato da Enrico Maria Salerno.

Vi lascio con uno sketch involontario di poco fa in un grande caffè di Tunisi dove mi trovavo in compagnia di un gruppo di amici tunisini.
Dietro di noi, c’erano sei italiani: un napoletano, due milanesi (uno aveva con se’ un libro di Pansa), un abruzzese e due veneti.

Erano soci.
Tipici imprenditori italiani o pseudo tali che si incontrano in giro per il mondo.
Il napoletano leggeva sull’IPad la notizia che Grillo pretende ora il potere assoluto, il cento per cento del Parlamento.
È partito un frenetico conciliabolo a voce alta (l’affermazione, trattandosi di italiani, non è contraddittoria) e tutti hanno convenuto che bisogna dare a Grillo il potere assoluto per impedire ai comunisti (ancora?!) di prendere il potere.

“Bisogna fare come l’altra volta con Fini -diceva lo stratega milanese, quello che legge Pansa- stavolta purtroppo dobbiamo mollare Berlusconi e confluire tutti su Grillo”.

Poca roba, Dotto’

In La Tunisia di David, e altro ancora. on aprile 2, 2013 at 1:28 pm

Ieri sera sono tornato in Italia.
In aereo leggevo il settimanale “Jeune Afrique”, che è l’organo internazionale dei paesi africani da quando ero ragazzino.
Un settimanale di grande autorevolezza, tipo Newsweek, ma persino più autorevole.
Leggevo un reportage e un’analisi delle elezioni italiane firmati da una brava giornalista maghrebina. Ne scaturiva un ritratto del nostro paese dalla fine della guerra ad oggi molto semplice ma molto esaustivo, in cui si spiegava che l’Europa è molto preoccupata dalla nostra deriva ma ne può trarre al contempo preziose indicazioni, prima fra tutte il possibile trionfo di un’anarchia destinata a trascinare tutto con sé come uno Tsunami, e può provare a studiarne in anticipo qualche forma di antidoto.
La giornalista spiegava che la nostra democrazia è stata bloccata subito dopo la guerra dalla contrapposizione DC-PCI che ha generato un immobilismo fatto di misure e contromisure destinate a bloccare tutto e pertanto non si è più evoluta, nonostante gli enormi cambiamenti sopraggiunti nel mondo nel corso degli ultimi cinquant’anni.

Sono assai più di cinquant’anni, infatti, che la politica italiana parla alla “pancia del paese”, ma anche i bambini sanno cosa contiene la pancia e divengono presto consapevoli del fatto che tale contenuto, se non viene puntualmente e sistematicamente evacuato, può generare terribili malattie.
Di qui l’affermazione “paese di merda” che tutti noi, a torto o a ragione, abbiamo spesso pronunciato senza neppure renderci conto di parlare di noi stessi.
La Democrazia Cristiana ha parlato alla pancia del paese usando e strumentalizzando le parole della religione.
Il PCI ha parlato alla pancia del paese usando e strumentalizzando un marxismo-leninismo male assimilato.
Berlusconi ha poi parlato alla pancia del paese con mezzi tecnologici di cui si è appropriato con le modalità di un gangster. Grillo parla ora alla pancia del paese con nuovi mezzi tecnologici di cui si è appropriato grazie a quel ritardo ormai patologico della nostra società.

Ma a questo punto parliamo di noi, della sinistra, e dei nostri errori. Non siamo mai andati al governo e non potevamo andarci.
Ma abbiamo spesso compensato la nostra impotenza con vere e proprie rivoluzioni a livello locale.

Grandi sindaci comunisti, molto popolari, hanno dato enormi segnali di cambiamento.

Penso a Luigi Petroselli a Roma negli anni’70, penso ad Antonio Bassolino a Napoli vent’anni dopo.
A Roma, ero fra i tanti ragazzi che aiutavano i senzatetto ad occupare le case, tenute sfitte dai proprietari che non volevano sottostare all’equo canone, per poi scoprire, anni dopo, che quei senzatetto erano diventati proprietari di 4,5,6 case ciascuno, ed erano nel frattempo diventati la massa elettorale dei fascisti ripuliti di Gianfranco Fini.

Voglio raccontarvi un aneddoto che mi colpì molto.
Alla fine degli anni’80, un mio caro amico, di professione psicanalista, aveva in casa una donna di servizio. Notando spesso un occhio nero, dei lividi, e qualche pianto soffocato, capì che il marito la picchiava.
Le consigliò di separarsi.
La donna gli rispose che quello era il progetto, sollecitato soprattutto dai due figli della coppia.
Unico impedimento, la casa. Chi è che rimane in casa? Chi è che se ne deve trovare un’altra? E con quali soldi? Il mio amico suggerì di vendere la casa in cui abitavano, e di provare a comprarne due ancora più modeste.
Già fatto, rispose la donna.
Ma la sua casa nessuno se la voleva comprare.
Avevano anche abbassato il prezzo, ma niente.
Erano giunti al limite, non si poteva più abbassarlo, sarebbe stato un delitto svenderla a quel modo.
Dopo tanti altri occhi neri e tanti altri lividi, il mio amico la esortò ad abbassare ancora il prezzo per non veder precipitare definitivamente il prezzo della vita della sua famiglia.
Lei disse no.

“Ma quanto chiedete?”, chiese il mio amico pensando forse addirittura di comprarla lui.

“Un miliardo e mezzo, dotto’! Ma ne vale tre!”.

Il mio amico trasecolò e la licenziò su due piedi.
Dopo due anni, entrò in crisi e smise di fare lo psicanalista. Quella donna e la sua famiglia avevano occupato alcuni ettari di terra vicino all’Appia Antica, ci avevano costruito sopra un orrendo casale, e l’incredibile abuso era stato sanato dalla politica di Petroselli.

A Napoli, vent’anni dopo, è accaduta la stessa cosa. Bassolino ha fatto costruire intere città abusive ai senzatetto napoletani che ora, come ci raccontava quel programma di Riccardo Iacona giorni fa, hanno votato tutti compatti, molti per la prima volta, Berlusconi. Per il semplice fatto che ha promesso loro una sanatoria senza se e senza ma.
Basta viaggiare attraverso il bel paese per capire come è andata. Abbiamo l’edilizia più oscena e più anarchica d’Europa. E siamo ancora, lo saremo sempre, il paese che detiene più della metà del patrimonio artistico mondiale.
Vi invito a trarre a tutte le considerazioni che riterrete opportune. Per quanto mi riguarda non voglio, e non ho mai voluto, un leader capace di parlare alla pancia del paese.

Mi accontenterei di un bravo architetto onesto e di un efficace sanatorio lassativo.

Senza controfigura.

In La Tunisia di David, e altro ancora. on aprile 2, 2013 at 1:25 pm

Stamattina, su Tunisie Numerique, il sito che consulto una dozzina di volte al giorno e che mi fa stare in Tunisia anche quando sono qui, ho incontrato una Sora Assunta tunisina e non mi vergogno di dirvi che, scherzi dell’età, mi sono messo a piangere.
Questa donna, come tante donne, non trovava più suo figlio.
Ha scoperto che le “jene salafite”, fresco soprannome di coloro che adescano giovani sprovveduti per condurli su qualche fronte della “Guerra Santa”, lo avevano convinto a partire con loro.
La madre ha preso con se’ la giovane nuora, ha raccolto tutti i soldi che non aveva, ed è riuscita rocambolescamente ad incercettarlo all’aeroporto di Istanbul, impedendogli di partire con una performance che avrebbe fatto impallidire Anna Magnani.

Vi invito a vedere il video di questa piccola umana impresa che lascia senza fiato.
Penso alla portata universale di questa vicenda così intima.
Credo che niente e nessuno possa resistere alla forza e alla determinazione di una donna tunisina.

E vi assicuro che ce ne sono tante così.

Oggi più che mai, servono grandi esempi.
Il nostro paese si regge ancora su tanti, piccoli esempi di volontariato, di vite ecosolidali, di solidarietà tra anziani diseredati, di ritorni alla terra di tecnocrati scoppiati, di esempi forse altrettanto commoventi ma ormai immersi in una nebbia sempre più fitta, una nebbia più che ventennale in cui l’Italia è ormai sprofondata.
Negli anni’90, la toscana Rosy Bindi si affermò politicamente nel Veneto riorganizzando in modo impetuoso il volontariato cattolico e ottenendone in cambio una fama non certo usurpata. Ha fatto cose belle, straordinarie, encomiabili.
Ma hanno forse cambiato il corso degli eventi, hanno forse rallentato la nostra deriva? Onestamente, mi pare di no.

Perché?

Perché questo lavoro pur così encomiabile nel nostro paese è basato sulla per me odiosa carità cattolica e sull’inaccettabile accettazione della sconfitta da parte degli sconfitti (gli anziani, i poveri, i disoccupati, gli umiliati e offesi), quindi non può che finire per consolidare un orribile status quo che e’ il nostro.

L’esempio della madre tunisina va in senso opposto.
È una sfida aperta alla più orrenda delle mistificazioni religiose, salva un giovane per fornire un salvacondotto a tanti altri giovani ed è un gesto di coraggio individuale non supportato da alcuna organizzazione umanitaria.
È un passo da gigante nel progetto non pianificato, ma riconoscibile e tangibile, di creare una società migliore.

Buonasera.

In La Tunisia di David, e altro ancora. on aprile 2, 2013 at 1:22 pm

Vi sento senza parole e dio solo sa se vi capisco.
Ieri sera, quel papa che si affaccia e dice “buonasera” come lo avrebbe detto Don Milani, ha detto buonanotte a tutti noi, alle storie delle nostre vite e delle nostre lotte.
Che il punto più basso della storia della politica italiana abbia finito per coincidere con il punto più alto della storia del Vaticano è l’ultima, la più atroce delle beffe.
Non so cosa prova un credente.

Provo a dirvi cosa provo io.

Provo una profonda emozione per una casta politica al di sopra di tutte le alte che viene sbranata dall’opinione pubblica, accetta di salire sul Calvario sanguinando a piedi nudi, stacca Cristo dalla croce e lo riporta tra la gente.

Provo un’ammirazione sconfinata per un piccolo, timido, involontario impostore con le scarpe di Prada che vive il suo papato come una prigione e decide di uscirne buttando giù tutta la prigione e spalancando le porte di una nuova era che tutti, inconsapevolmente, stiamo già vivendo.

Mi chiedo: ci si può iscrivere, da atei, al partito di cui è segretario Francesco Primo?
E non penso a San Francesco d’Assisi, con tutto il rispetto.
Penso al più grande mecenate della storia dell’arte, fra i tanti omonimi quello che prediligo.

E’ solo Lap Dance

In La Tunisia di David, e altro ancora. on aprile 2, 2013 at 1:20 pm

Domani torno in Tunisia e mi porto appresso il condominio come sempre.
Volevo segnalarvi il video della falsa Femen che ha manifestato nuda al comizio di Berlusconi.
È il video più visto della giornata su Repubblica e sugli altri siti.
È chiaramente un falso, ma nessuno se n’è accorto.
Il “giornalista” di Repubblica, un deficiente, arriva persino a dire che la ragazza è del movimento “Pro Vita” quando invece sostiene l’esatto contrario, cioè la liberalizzazione dell’uso delle staminali.
Comunque, è pacchianamente falsa.
Immobile, truccata, tette finte, viene circondata da tranquilli, tolleranti, civilissimi manifestanti. Non ce l’ha con Berlusconi, non tenta di salire sul palco, non si capisce che cazzo ci stia a fare.
Anche i poliziotti, che abbiamo visto malmenare le Femen quando Berlusconi andò a votare, questa la trattano con i guanti, e la coprono col tricolore offerto da un manifestante.

Berlusconi ha dato ad ogni manifestante il pranzo e 10 euro.
A lei ne avrà dati mille, e forse anche un supplemento serale. Questo video vale migliaia di voti in un momento di somma confusione come quello che stiamo vivendo.

È un genio lui, o siamo dei mentecatti noi, che andiamo in giro a smacchiare giaguari? Il dilemma è sempre questo.

Ma ci vuole coraggio a chiamarlo dilemma, dopo più di vent’anni di berlusconismo.

Andata e ritorno.

In La Tunisia di David, e altro ancora., Politica on aprile 2, 2013 at 1:17 pm

Vi parlo della Tunisia.

Come vi ho già detto, la piccola criminalità sorta dopo la rivoluzione si nasconde dietro l’alibi religioso, sull’esempio della grande criminalità rappresentata da Al Qaeda, che vive di pizzo, di traffico di droga, di tutti i mestieri che caratterizzano le mafie.

Ma la popolazione tunisina riesce a non cadere mai in queste trappole, in queste grossolane doppiezze. La gente si sta organizzando, le donne in particolare, e nonostante le aggressioni e gli stupri, scendono in piazza e fanno sentire forti e chiare le loro voci.

By the way, come dicono gli americani: fra i tanti provvedimenti di cui è manifesta l’urgenza c’è senz’altro la legalizzazione delle droghe. La droga circola nel mondo in più abbondanza del pane, e i trafficanti stanno diventando sempre più ricchi e potenti. Governano stati, gestiscono le minacce di guerra, possono far fronte a qualunque esercito, possono ormai intimidire, piegare, uccidere chiunque. Se non si provvede a staccar loro la corrente, diventeranno a breve i padroni del mondo.

Siccome è Pasqua, voglio raccontarvi una storia drammatica ma bella. Ho già accennato al fatto che i giovani tunisini, come e più di tanti altri giovani del Maghreb, vengono arruolati per una manciata di dinari dagli sciacalli di Al Qaeda che li conducono a combattere la Guerra Santa mescolandosi alle milizie dei rivoltosi siriani.
Ce ne sono almeno 3000 attualmente in Siria.
Finiscono per farsi trucidare da tutte le altre forze in campo, sia dalle truppe regolari di Assad, sia dai rivoltosi che stanno combattendo la loro ardua guerra di liberazione.
Questi tunisini sono sprovveduti ragazzi di campagna, sono come quelli che prendevano i barconi per approdare ingenuamente in Italia o per finire affogati nel Mediterraneo. Sono gli stessi. Hanno semplicemente cambiato il loro precedente itinerario con uno ancor più folle e persino più tragico.

Nelle maglie di Al Qaeda, due settimane fa, è caduto anche un giovane handicappato che vive su una sedia a rotelle e non riesce a tenere in mano neanche un bicchiere. Non è un ragazzo di campagna, è un ragazzo della classe media. Suo fratello lavora per una compagnia telefonica.
È riuscito a tracciare il suo percorso fino in Siria grazie al cellulare spento che l’handicappato portava con se’. Quando ha capito cos’era accaduto, il fratello è andato in TV in prima serata e ha raccontato questa storia.

Poi ha detto: “Sappiamo tutti che la religione qui non c’entra niente.

Questi sono banditi.

Volete sapere perché hanno preso mio fratello anche se mio fratello non potrebbe far male una mosca? Perché mio fratello, nella condizione in cui si trova, si lascerà convincere facilmente a farsi imbottire di esplosivo e non si opporrà a diventare un kamikaze.
E inoltre, per via di una forma di rispetto molto diffusa nel mondo arabo nei confronti dei portatori di handicap, gli handicappati il più delle volte non vengono nemmeno perquisiti.
Sapete quanto vale un handicappato sul mercato del terrorismo? 25.000 euro”.
Guardando la telecamera, l’uomo ha aggiunto: “Cari banditi, io ora vi propongo uno scambio.
Riportate a casa mio fratello.
Io verrò al suo posto.
Sono forte, sono sano, farò tutto ciò che mi chiederete”.
Il conduttore gli ha chiesto cosa lo spingesse a un’offerta così estrema.
Lui ha risposto: “È semplice. Lo faccio perché non voglio che muoia mio fratello e, con lui, anche mia madre. Mia madre ha un legame speciale con mio fratello, che è stato così sfortunato, e da quando lo hanno portato via anche lei se ne sta andando, giorno dopo giorno”.
Ovviamente, nessuno ha risposto a questo appello.
E allora, qualche giorno dopo, è andato in TV il padre dei due ragazzi.
Si è presentato: “Sono un vecchio insegnante e andavo all’università con Rached Gannouchi, il capo del partito di ispirazione islamica che rimane al governo in Tunisia in attesa delle elezioni del 23 ottobre prossimo.
Conosco bene Gannouchi, fin troppo bene, e so che lui può risolvere questa situazione”.
Poi si è rivolto direttamente a Gannouchi: “Caro Rached, io so tutto di te e tu sai che io so. Tutti i tunisini hanno ormai capito chi sei, ma io potrei aggiungere molto altro. Ti chiedo cortesemente di restituire mio figlio alla sua famiglia entro 48 ore altrimenti potresti rimpiangere di avermi conosciuto”.

Due giorni dopo, il ragazzo handicappato è atterrato, proveniente da Istanbul, all’aeroporto di Tunisi.

Parallelismo.

In La Tunisia di David, e altro ancora. on aprile 2, 2013 at 1:14 pm

Caro Zac,
continuerò a parlare esclusivamente della Tunisia.
È da più di tre anni che guardo l’Italia con questi occhiali.
Noi e loro siamo molto, molto simili.

Siamo veramente fratelli.

L’unica differenza è che loro non hanno avuto Berlusconi, loro sono preberlusconiani.
Ma Berlusconi ha colpito anche molti di loro. Quelli che sono arrivati con i barconi, quelli che sono affogati nel Mediterraneo perché guardavano tutti Canale 5. I più sprovveduti, i più ignoranti, i più vulnerabili.

L’altra faccia della storia che vi ho raccontato la trovo oggi sui giornali italiani. Una donna sola, depressa e disperata, avvelena sua figlia di tre anni per poi suicidarsi.

La differenza è tutta qui.